Alle ultime elezioni ho votato PD ed ora me ne sono pentito. Il fatto sarebbe irrilevante se riguardasse solo me. Purtroppo ho l’impressione che non riguardi solo me. Le ragioni di una tale delusione sono molte:
- La reazione alla sconfitta: il risultato elettorale è sicuramente stato negativo, ma non disastroso. In pochi mesi di opposizione “ombra” si è riusciti a compiere il disastro. In nome di un non ben definito ed ingenuo “dialogo” con il governo, si è riusciti a mettere in evidenza tutte le questioni irrisolte (ad esempio quella della laicità) interne ad un partito nato prematuro, senza mai arrischiarsi a ledere la maestà di un premier tutt’altro che diligente ed esemplare. Sembra che ormai si abbia paura ad attaccare il proprio rivale! Andiamo a vedere cosa accade negli Stati Uniti (a parere di molti la più grande democrazia del mondo) …
- Il premier “ombra”: probabilmente non c’era espressione più azzeccata; la figura di Veltroni è passata dalla lucente aria d’innovazione della campagna elettorale al buio pesto della rassegnazione. Il pensiero ricorrente è: “Tanto quello là per i prossimi cinque anni non se ne va…”.
- Il “Professore” in pensione: Prodi è diventato una figura scomoda, il ricordo del suo governo litigioso non si accorda con l’armonia di facciata del PD. Eppure quest’uomo è l’unico che è riuscito a riunire una compagine di sinistra e a battere due volte su due Berlusconi. Non ha mai fallito. Il suo problema è stata la comunicazione: ha preferito badare alla sostanza piuttosto che alle parole. In Italia è un peccato imperdonabile.
- Le mosse che non ti aspetti: è di pochi mesi fa’ la notizia dell’acquisto dell’Unità da parte di Renato Soru (fondatore di Tiscali e Presidente della Regione Sardegna). Niente di male, anzi la sua mossa ha impedito l’ingresso nel quotidiano della famiglia Angelucci (già proprietaria di Libero e Il Riformista). Ciò che può lasciare spiazzati è la sostituzione del direttore Antonio Padellaro (che assieme a Furio Colombo rilanciò il quotidiano dato per morto nel 2001) con Concita de Gregorio. E’ ovvio che l’editore ha libertà di scegliere chi più gli aggrada per dirigere il proprio giornale; tra l’altro la de Gregorio è un’ottima giornalista con un lungo lavoro a Repubblica. E’ però strano che la decisione arrivi dopo un’intervista di Veltroni al Corriere della Sera in cui auspicava un “direttore donna” per l’Unità. Sono mosse che eravamo abituati a vedere nell’altro schieramento. Anche se con molta più disinvoltura. (da Le cose che non si dovevano dire, Marco Travaglio, l’Unità, 25 agosto 2008)
- Il folklore perduto: può sembrare poco rilevante, ma la trasformazione delle Feste dell’Unità in Feste del Partito Democratico ha un significato non secondario. E’ un modo per disfarsi in fretta di un passato che non va d’accordo con le nuove linee del partito, per liberarsi di un giornale forse un pò troppo di opposizione e indipendente, per stabilire un’equivalenza PD=DS=PDS=(PCI) nella mente dei frequentatori più anziani. Personalmente non sono di certo contro l’innovazione, ma non sono ancora pronto a dimenticarmi di Gramsci e della sua eredità.
Di fronte ad uno scenario del genere prevale lo smarrimento e l’angoscia di una mancanza di alternativa. C’è quasi da rallegrarsi di non avere elezioni incombenti…
