Un libro consigliatomi da una persona che non saprei bene come inquadrare, ma che devo ringraziare per avermi fatto fare questa bella scoperta. Si racconta la storia di una famiglia ebraica e antifascista, i Levi, nella Torino del periodo compreso tra i primi anni Trenta e i primi Cinquanta. I fatti narrati in sè non hanno una sostanziale rilevanza: si tratta di vicende probabilmente comuni ad altre famiglie di quegli anni. Sono altri i fattori che rendono unico questo lavoro. Il primo è una sapiente ripetizione ed esaltazione delle frasi e dei modi di dire che contraddistinguono la famiglia Levi. Sono quelle frasi in cui la famiglia trova la sua identità, quelle parole che anche a distanza di anni hanno il potere di rievocare il sapore di situazioni passate. Parole che probabilmente ogni famiglia possiede, ma di cui spesso non ci si accorge. Il secondo è l’ambientazione in una splendida Torino con i suoi personaggi di grande spessore. La famiglia Levi viene infatti a contatto con il meglio della società antifascista del tempo: Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Vittorio Foa, Leone Ginzburg, la famiglia Olivetti, Cesare Pavese, etc.. E’ il ritratto di una classe dirigente responsabile che si impegna in prima persona nella lotta antifascista, che teme più per la propria libertà che per la propria vita e che in alcuni casi paga il prezzo più alto per il proprio coraggio. Questo libro apre dunque un interessante squarcio nell’Italia a cavallo della Seconda Guerra Mondiale: dall’occhio del microcosmo famigliare assistiamo agli stravolgimenti che un evento di così grande portata può causare, senza però riuscire mai a ledere il potere di certe parole proprie di ogni famiglia.
